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Come funziona l’energia nucleare?

L’energia nucleare e in particolare la questione nucleare è uno dei temi su cui le persone più si confrontano per cercare di capire quali sono i pro e i contro, in fatto di ambiente e sicurezza, e quali siano i possibili utilizzi. I vantaggi che possono derivare dallo sfruttamento dell’energia nucleare sono diversi:

  • la quantità di energia che si può ricavare da un nucleo atomico è di gran lunga maggiore rispetto a quella che si ottiene da qualsiasi altra reazione chimica
  • la produzione di energia nucleare non causa l’emissione di gas nocivi, come l’anidride carbonica
  • il combustibile nucleare ha un alto rendimento che determina un vantaggioso risparmio di spazio
  • il costo per la produzione dell’energia nucleare è di gran lunga più basso delle altre fondi di energia.

Allo stesso tempo, però il nucleare presenta anche degli svantaggi, come:

  • un elevato livello di radioattività in tutte le fasi del processo produttivo
  • nonostante i sistemi di sicurezza e di controllo siano sempre più affidabile, non si può escludere del tutto il rischio di gravi incidenti, come quello avvenuto a Chernobyl
  • il problema dell’immagazzinamento a lungo termine delle scorie che si generano durante il processo produttivo: questi materiali rimangono radioattivi per milioni di anni e quindi devono essere stipati in siti che siano geologicamente stabili e protetti da strutture in grado di schermare le radiazioni.

Come si genera l’energia nucleare

Con il termine “energia nucleare” si indicano quei fenomeni nei quali si ha una produzione di energia in seguito a delle trasformazioni di nuclei atomici. Per ricavare energia dal nucleo di un atomo esistono due procedimenti opposti, ossia la fissione e la fusione.

Con la fissione, il nucleo di un atomo con un alto numero atomico si scinde, creando nuclei con un numero atomico inferiore e sviluppando in questo modo grandi quantità di energia.

Nella fusione, invece, atomi con basso numero atomico si fondono, creando nuclei più pesanti e rilasciando una notevole quantità di energia.

Come funzionano le centrali nucleari

Le centrali nucleari bruciano Uranio e producono energia elettrica. La differenza con una centrale termoelettrica, che brucia carbone, petrolio o gas, è che produrre energia non sfruttano reazioni chimiche, ma reazioni di fissioni, che sono circa un milioni di volte più energetiche a parità di combustibile.

Se una centrale termoelettrica produce mediamente tra i 50 e i 100 Mw bruciando migliaia di tonnellate di combustibile, una centrale nucleare produce mediamente circa 1000 Mw bruciando poche tonnellate di uranio. Inoltre i combustibili fossili non sono fonti di energia illimitate, mentre l’uranio, a che se le miniere si esauriranno, potrà essere estratto quasi all’infinito dall’acqua di mare e da altri materiali comuni.

Inoltre, in condizioni di funzionamento normale, l’energia nucleare ha un impatto ambientale di molto inferiore rispetto a quello delle centrali a carbone o a metano e non produce anidride carbonica né ceneri.

Centrali nucleari a fissione

Questa tipologia di centrale nucleare utilizza uno o più reattori nucleari a fissione e sono le uniche in cui è possibile controllare l’energia che si sviluppa all’interno di ogni singolo reattore.

I vantaggi delle centrali nucleari a fissione sono:

  • quantità di energia prodotta molto elevata
  • possono raggiungere potenze pari a quelle delle grandi centrali termoelettriche
  • nonostante i costi di costruzione siano maggiori rispetto a quelli di una centrale tradizionale per via delle misure di sicurezza da implementare, una volta costruita i costi di produzione dell’energia sono competitivi
  • non provocano l’emissione di fumi perché non sfruttano la combustione e non provocano inquinamento atmosferico, se non il vapore acqueo che proviene dalle torri di raffreddamento dell’acqua di condensazione.

Tuttavia sono presenti anche degli svantaggi, come:

  • la produzione di combustibile nucleare residuo, ossia le famose scorie radioattive; è quindi necessario prevedere sia aree di stoccaggio in cui gli isotopi radioattivi abbiano il tempo di decadere, sia sia siti in cui immagazzinare definitivamente il restante materiale radioattivo a lunga vita
  • la necessità di elevate quantità d’acqua per il raffreddamento, che dopo il processo viene rilasciata a temperature più elevate di quelle dell’ambiente, creando uno sbilanciamento termico, con importanti impatti ambientali specie sulla flora e la fauna dei fiumi.

Centrali nucleari a fusione

energia nucleareLe centrali nucleari a fusione si basano sl principio della fusione di due atomi leggeri, solitamente trizio e deuterio, che produce enormi quantità di energia. Questa tipologia di centrale però non ha dato ancora risultati apprezzabile ed è tuttora oggetto di studio da parte degli scienziati e gli esperti in gestione di energia, perché pur essendo riusciti ad avviare una reazione di fusione, non siamo ancora in grado di mantenerla stabile per un tempo significativo.

Attualmente le stime prevedono che non riusciremo ad utilizzare effettivamente energia prodotta da fusione nucleare prima del 2050. I vantaggi delle centrali a fusione nucleare sono:

  • il tipo di scoria prodotto, l’elio 4, che è un gas inerte e non radioattivo
  • non utilizzano sistemi a combustione, perciò non inquinerebbero l’atmosfera
  • dovrebbero riuscire ad ottenere quantità di energia superiore rispetto alle attuali centrali a fusione.

Tuttavia, la fusione richiede temperature di lavoro così elevate da non poter essere contenuta in nessun materiale esistente.

Le centrali nucleari sono sicure?

Questa è senza dubbio la domanda più ricorrente quando si affronta il tema dell’energia nucleare e uno dei più studiati da chi decide di iscriversi ad un master in energia per studiare questa materia ancora parzialmente inesplorata.

Ad oggi le tecniche di progettazione di costruzione delle centrali prevedono una riduzione a valori minimi degli scarichi radioattivi e dell’assorbimento delle radiazioni all’interno della centrali stessa, grazie ad appositi impianti per il trattamento degli scarichi e a schermi realizzati in cemento armato, acqua e acciaio, che limitano l’intensità delle radiazioni.

Inoltre, vengono adottati degli accorgimenti per la manipolazione del combustibile irradiato e per gli interventi su parti dell’impianto che contengono prodotti attivi: l’ambiente di lavoro e le aree circostanti sono costantemente monitorati con misuratori di radioattività, mentre il problema degli scarichi è totalmente sotto controllo e non genera preoccupazioni per la popolazione.

È stato poi istituito un organismo scientifico internazionale, la Commissione Internazionale per la Protezione Radiologica, che stabilisce i limiti per l’utilizzo dell’energia nucleare per tutelare la popolazione esposta.

Nonostante tutti gli accorgimenti, però, non si possono escludere al 100% rischi di incidenti: se infatti i principi fisici che regolano l’energia nucleare sono ormai chiari, non si può dire lo stesso dei meccanismi con i quali la radioattività agisce sulla materia vivente, limitando notevolmente le possibilità di curare un soggetto contaminato. Cioè che è certo, è che in caso di contaminazione di esseri viventi, l’effetto è sempre e solo negativo.

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Come essere leader e perché questo può aiutarti nel lavoro

Essere leader è ormai una qualità indispensabile in molti luoghi di lavoro, specie se si ambisce a ricoprire posizioni di responsabilità. Un buon leader infatti è un punto di riferimento per il business, perché è in grado di motivare al meglio i propri collaboratori e ispirare non solo i dipendenti, ma anche le aziende per le quali lavorano.

Manager e imprenditori devono spesso affrontare molte sfide e sorprese nella loro vita lavorativa: un buon leader è in grado di superare tutte le avversità per mantenere intatto il proprio equilibrio personale e creare sempre un ambiente produttivo e stimolante in cui lavorare.

Come essere un leader: consigli per sviluppare la leadership

Ci sono persone che hanno naturalmente le caratteristiche e le qualità del leader, ma tutti possono sviluppare le competenze necessarie per acquisire una buona leadership, ad esempio seguendo dei master dedicati alla crescita personale. Se vuoi crescere professionalmente e fare carriera imprescindibile imparare ad essere un leader: ecco alcuni consigli che ti aiuteranno sul lavoro.

Essere un leader vuol dire avere disciplina

La disciplina è la prima qualità di un buon leader. Sviluppare la disciplina sia nella vita professionale che in quella personale è il primo passo per diventare un leader capace di ispirare gli altri a dare il meglio di sé. Allenare la disciplina sul lavoro vuol dire rispettare sempre le scadenze, mantenere gli appuntamenti e concludere le riunioni nei tempi stabiliti.

Se per natura sei una persona disorganizzata puoi sempre iniziare ad allenare la disciplina iniziando dalle cose più piccole, ad esempio, provando ad adottare le buone abitudini in casa, come svegliarti presto e fare esercizi quotidianamente, e inizia da qui. La tenacia è importante per essere un buon leader.

Gestisci più progetti

Un buon metodo per sviluppare la leadership è imparare ad assumerti più responsabilità. Uscire dalla tua zona di comfort di permetterà di imparare cose nuove e ti farà notare dai tuoi superiori come una persona che prende l’iniziativa. Attenzione però a non superare il limite di quanto sei in grado di gestire.

Sfrutta il confronto per imparare

leadership

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Un vero leader non ha paura di delegare e cedere il controllo ad altre persone qualora la situazione lo richieda. Non sentirti minacciato se un collega dimostra di non essere d’accordo con te, mette in discussione le tue idee o mette in pratica delle idee personali. Mantieni una mentalità aperta e riconosci il merito quando è dovuto. Non sempre è semplice, ma un buon leader deve essere in grado di valorizzare e rispettare i componenti del proprio team, che in questo modo saranno più disponibili a farsi avanti per te quando sarà necessario.

Allena la consapevolezza

Tra i maggiori punti di forza di un buon leader c’è la capacità di saper inquadrare una situazione nel suo complesso e anticipare i problemi prima ancora che si verifichino. Questa abilità è tanto più preziosa quanto più ci si trova a gestire progetti con scadenze ravvicinate. Un leader si riconosce proprio dall’abilità nel prevedere e fornire suggerimenti per evitare potenziali problemi. Inoltre, questa capacità ti permette di cogliere opportunità che altri trascurano, qualità che sicuramente ti farà ottenere dei riconoscimenti.

Ispira gli altri

Il leader fa parte di una squadra e il suo ruolo consiste principalmente nel motivare e ispirare le persone con cui lavora, in modo da collaborare nel miglior modo possibile. In quanto leader, devi essere sempre presente se un membro del team ha bisogno di una guida o un incoraggiamento: a volte basta semplicemente ascoltare e mostrarsi comprensivi per supportare qualcuno.

Riconoscere che nessuno è eccellente in tutto è fondamentale: prima te ne renderai conto, prima imparerai i delegare e a dedicarti alle cose che ti vengono meglio, incoraggiando anche le persone che lavorano con te a dare il proprio meglio.

Infine, ricorda che il modo migliore per diventare un buon leader è continuare sempre ad imparare cose nuove: in questo modo manterrai allenata la tua mente e le tue abilità, e sarai sempre pronto ad affrontare le sfide che incontrerai sulla tua strada.

Essere leader: perché è importante sul lavoro?

essere un leader

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Essere un buon leader è fondamentale per ispirare fiducia tra i propri collaboratori e migliorare il morale del team: concentrandoti sugli aspetti positivi di un lavoro, potrai incoraggiare i membri del tuo team a mettere in campo tutte le loro abilità per raggiungere gli obiettivi prefissati. In questo modo tutta l’azienda ne guadagnerà in efficienza e produttività.

Inoltre, la leadership è fondamentale anche per comunicare o orientare il proprio team: un buon leader è in grado di illustrare gli obiettivi e le aspettative in modo chiaro, fornendo esempi per motivare i collaboratori. Un leader poi fa in modo che il team si mantenga sempre sulla giusta strada, verificando l’andamento del lavoro e facendo rispettare le scadenze. Come? Controllando i progressi di ogni membro del team ed intervenendo in caso di problemi, prima che questi diventino insormontabili.

Riassumendo, un leader è in grado di far lavorare in team al massimo delle sue capacità e di riconoscere le capacità dei singoli membri, assegnando loro compiti che enfatizzino i punti di forza di ognuno. Un leader incoraggia la comunicazione e costruisce le relazioni tra i membri del team, in modo che possano lavorare e imparare gli uni dagli altri. Infine, un leader sa come motivare e incoraggiare i collaboratori, riconoscendo i loro meriti.

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Come diventare strategy manager: studi e opportunità

Ogni azienda ha delle linee di azione da seguire per raggiungere i propri obiettivi. Ma chi si occupa di trasformare questo piano in un vero e proprio sistema di procedure e processi? Scopri come diventare strategy manager e sarai proprio tu a farlo.

Come si organizza il lavoro di un’impresa

Prima di parlare di come diventare strategy manager, lo Staff di Unicusano Benevento ti spiegherà come si organizzano aziende ed imprese per poter lavorare al meglio.

Il primo passo è definite le strategie migliori per raggiungere i propri obiettivi. Questo processo è chiamato Strategic Planning.

Lo Strategic Planning si struttura in 4 fasi:

  1. analisi;
  2. strategia;
  3. azione;
  4. management/valutazione.

Strategic management e strategic planning

Come hai potuto leggere, lo strategic management è la punta di un iceberg fatto di processi ben definiti. Questi processi sono la struttura di un documento chiamato strategic plan che riporta tutti i punti fissati in fase di pianificazione.

Cosa fa uno strategy manager

Ecco quali sono i compiti di uno strategy manager: è bene che tu li conosca almeno a grandi linee se vuoi intraprendere questa carriera.

Una volta definito uno strategic plan, è necessario passare dalla teoria alla pratica.

Lo strategic management, ovvero ciò di cui si occupa uno strategy manager, è un sistema di procedure e processi di lavoro che portano l’impresa a raggiungere i suoi obiettivi.

In poche parole, lo strategy manager è colui o colei che si occupa dello sviluppo di un’azienda, guidando e controllando il lavoro di tutte le risorse affinché vengano raggiunti gli obiettivi prestabiliti.

Quindi se vuoi scoprire come diventare strategy manager e impegnarti per riuscire in questo obiettivo, tieni a mente che il tuo sarà un lavoro in continua evoluzione. Avendo sempre chiari gli obiettivi dell’azienda per cui lavorerai, dovrai assicurarti quotidianamente che tutta la macchina operativa sta andando nella direzione giusta.

Il modello Lead – Think – Plan – Act

Per essere sicuro che ciò accada, potrai mettere in pratica il modello Lead – Think – Plan – Act, che ti suggerisce come approcciare al lavoro ed essere sicuro di raggiungere i scopi dell’azienda. Si sviluppa i 4 momenti:

  1. Lead
    Sii una guida e sforzati di convogliare le energie di tutti per rispondere alle esigenze necessarie per raggiungere gli obiettivi;
  2. Think
    Analizza la situazione e sforzati di vedere sempre il presente come la base del futuro dell’azienda;
  3. Plan
    Organizza le risorse che hai a disposizione e pianifica il più possibile il lavoro;
  4. Act
    Metti in pratica ogni giorno tutti questi suggerimenti per poter ottenere risultati a breve e lungo termine.

Come diventare strategy manager

Per diventare strategy manager è necessario affrontare studi economici e successivamente approfondire le proprie competenze.

Se hai già una laurea, un Master in Economia a Benevento potrebbe fare al caso tuo.

Un percorso specialistico, che ti permetterà di approfondire concetti e conoscere i metodi più avanzati in materia di strategia, gestione e organizzazione aziendale è il modo più efficace per ottenere tutte le competenze necessarie a diventare strategy manager.

Le skills per diventare strategy manager

Uno strategy manager deve avere determinate competenze.

Le skills di base sono:

  • projetc management;
  • matematica e statistica;
  • finanza;
  • analisi;
  • organizzazione.

Ma è bene approfondire anche studi di marketing e product development perché certamente saranno competenze utili nella quotidianità.

Come dev’essere uno strategy manager

Se hai letto fin qui, scoprire come diventare strategy manager ti interessa veramente. Ora che hai capito quali sono i compiti di uno strategy manager e qual è il percorso di studi da affrontare per poter fare questo lavoro, è bene che tu ragioni su un aspetto che non è secondario: sei la persona giusta per intraprendere questa professione?

Uno strategy manager infatti ogni giorno dovrà prendere decisioni importanti e dimostrare di essere all’altezza di questo compito. Per farlo, è necessario avere un determinato carattere o quantomeno una predisposizione a comportarsi in un determinato modo.

Un approccio multitasking

Sicuramente dovrai essere in grado di gestire più lavori contemporaneamente: dovrai controllare e guidare ogni settore dell’azienda perché lavori al raggiungimento di un determinato obiettivo e quindi avere un approccio multitasking alle tue mansioni sarà il giusto metodo di lavoro.

Inoltre, molte scelte dipenderanno da te. Dovrai decidere e in molti casi dovrai farlo velocemente: non c’è spazio per l’insicurezza. Se diventerai uno o una strategy manager, dovrai dimostrare tutta la tua sicurezza in ogni contesto.

Sii autorevole, non autoritario

Con ciò non significa che dovrai comportarti in maniera autoritaria, ma autorevole: dovendo controllare il lavoro di altre persone, non solo dovrai dimostrare tu in prima persona che conosci ciò di cui stai parlando, ma anche avere ottime proprietà comunicative per permettere alle persone che lavorano con te di correggersi o di continuare sulla propria strada se ciò che stanno facendo è ottimale ai fini dell’azienda.

Dunque, se hai deciso di affrontare gli studi che ti porteranno a diventare strategy manager ed hai capito di avere il giusto carattere per fare questo lavoro allo Staff di Unicusano Benevento non resta che augurarti buona fortuna!

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Come essere più sicuri di sé e vincere l’imbarazzo: consigli utili

Vuoi scoprire come essere più sicuri di sé? Vuoi vincere la timidezza che spesso ti blocca? In questo articolo lo Staff di Unicusano Benevento ti darà tanti consigli utili su come non essere timidi e vincere l’imbarazzo!

Cos’è la timidezza

La timidezza è un aspetto che caratterizza la tua personalità e condiziona il tuo comportamento. Spesso la timidezza fa sentire impacciati, fa esitare e fa provare imbarazzo per cose di cui molte altre persone non si pongono alcun tipo di problema.

Proprio per questo le persone timide spesso sono meno socievoli e, nei casi in cui è più forte, può portare anche a fobia sociale, con veri e propri attacchi di panico.

Le caratteristiche della timidezza

Sicuramente ogni volta che ti senti a disagio in una situazione il tuo viso si arrossa, inizi a sudare, hai tremori, assumi posture goffe e altre reazioni che non fanno che peggiorare la situazione. Vero?

Non fai eccezione, è così per tutti.

Tendenzialmente tutte le persone poco sicure di sé hanno anche difficoltà a relazionarsi con persone nuove o poco conosciute. Lo si può capire dal fatto che non riescono a guardarle negli occhi mentre parlano, si esprimono con frasi brevi e – proprio perché il giudizio altrui è la cosa che temono di più – preferiscono evitare di stare al centro dell’attenzione.

Una cosa altrettanto normale è che questi comportamenti si ribaltino del tutto negli ambienti in cui il timido si sente più sicuro. Può accadere che in famiglia o con gli amici, per una forma di compensazione, il timido sia aggressivo, autoritario e prepotente.

Ti è mai capitato?

Gli aspetti negativi della timidezza

Generalmente, la timidezza impedisce alle persone di esprimersi a pieno. Questo è sicuramente l’aspetto più negativo di questa caratteristica caratteriale perché può portare a non riuscire a difendersi o ad accettare situazioni sfavorevoli.

L’eccessiva emotività, che è conseguenza dell’insicurezza, può diventare un ostacolo in particolari situazioni di stress e compromettere anche la lucidità del pensiero.

Tutto questo crea stati d’animo negativi, ansia, scarsa autostima e, nei casi peggiori, anche depressione e disturbi psicosomatici.

Gli aspetti positivi della timidezza

Ti è mai capitato di soffermarti a pensare al fatto che la tua timidezza può avere anche aspetti positivi? Molte persone apprezzano i timidi perché sono più cauti, discreti ma soprattutto rispettosi. Inoltre, la tendenza a riflettere molto sui motivi dei comportamenti degli altri, porta le persone timide ad essere involontariamente molto empatiche e predisposte ad ascoltare: entrambi aspetti apprezzatissimi da chi li interfaccia.

Vedi che in fin dei conti, la tua timidezza è ben vista dalle persone?

Timidezza e psicologia

Alfred Alder – uno dei primi allievi di Freud – è uno degli studiosi che si sono concentrati sulla poca sicurezza di sé.

Secondo lui è normale sentirsi goffi ed inadeguati da giovani, soprattutto a causa dell’inesperienza. Questa condizione può essere superata grazie al raggiungimento di una maturazione psicofisica e affettiva, alla conquista di un buon livello di autonomia e alla consapevolezza delle proprie abilità.

Un altro studioso che per anni si è dedicato al tema è Philip Zimbardo.

Secondo Zimbardo il timido sceglie la sicurezza della silenziosa prigione della timidezza, per questo la considera al pari di una fobia che fa sentire gli altri come una minaccia. Con il suo progetto iniziato nel 1977 Zimbardo ha potuto investigare a 360° sulla timidezza, mettendo a punto anche interventi terapeutici.

Se questi studi ti interessano perché magari hai studiato Psicologia all’Università, perché non completare la tua formazione con un master in Psicologia dell’Università Niccolò Cusano?

La timidezza non è una malattia

Nonostante tutto, la timidezza non va considerata come una malattia. È un aspetto normale della personalità ed inoltre riguarda la maggior parte delle persone nel mondo: in Giappone il 60% delle persone si dichiarano timide, mentre negli Stati Uniti lo fa il 40%.

Analizza la tua timidezza

Riprendendo i concetti del Professor Zimbardo, possiamo dire che la timidezza è semplicemente una scelta. Come dicevamo prima, anche se ti consideri una persona timida probabilmente non lo sei sempre.

Sicuramente con coloro i quali ti senti a tuo agio, non ti lasci prendere dall’ansia. Quindi prova a pensare con chi, solitamente, ti senti in imbarazzo e chiediti perché.

Capirai facilmente che se la timidezza fosse parte integrante di te, ti caratterizzerebbe in qualsiasi situazione.

Ecco come fare per analizzare la tua timidezza:

  1. Capisci quando e perché

    Il primo passo per capire come essere più sicuri di sé è accorgerti quando e cosa ti fa sentire in imbarazzo. Tu non sei una persona timida, sei una persona che si comporta con timidezza. Suggerirti di cambiare il tuo carattere non sarebbe cosa utile, perché non è semplice. Ma cambiare i propri comportamenti è possibile. Quindi cerca di capire quando e perché ti senti in imbarazzo.

  2. Le tue emozioni dipendono da te

    Tutto quello che provi, timidezza compresa, dipende da come vivi le situazioni della tua vita e dal modo in cui giudichi quello che accade. È una cosa inconsapevole, che non fai di proposito: è una sorta di abitudine che nel tempo ti ha fatto evitare situazioni in cui avresti potuto provare disagio e che quindi ora applichi in automatico. Una volta scoperto cosa fa scattare quest’abitudine, inizia a modificarla. Il più delle volte l’imbarazzo è generato dalla paura: è una forma di difesa verso le situazioni che reputi potrebbero farti stare male. Prova a pensare alle cose positive che potrebbe portarti un’esperienza particolare, e concentrati su quelle.

  3. Non temere il giudizio degli altri

    Hai sempre paura di quello che pensano gli altri di te sia negativo? Hai paura che ti rifiutino e ti allontanino e quindi preferisci comportarti in maniera timida ed evitare di contattarli? Il punto è che hai poca autostima. Infatti la tua timidezza dipende dal fatto che hai paura di mostrare chi sei davvero perché pensi che gli altri non lo apprezzino. Il tuo obiettivo non dev’essere farti apprezzare dagli altri, ma essere felice per quello che sei. Gli altri non sono la causa della tua felicità e non permettere neanche che siano la causa della tua infelicità.

Come essere più sicuri di sé

Il segreto per capire come essere più sicuri di sé? Costruendo l’abitudine opposta: la sicurezza.

  • Inizia ad esprimerti

    Inizia ad esprimerti, sii te stesso o te stessa, in qualsiasi situazione. Certamente per te che hai bisogno di capire come non essere timidi il percorso dovrà essere graduale, ma è bene iniziarlo. Più eviti quello che ti spaventa, più ne hai paura. Inizia ad esporti nelle situazioni che ti fanno temere il giudizio altrui: parti da situazioni semplici, con passi piccolissimi, e giorno dopo giorno aumenta il livello di difficoltà.

  • Agisci come se

    Se non fossi più timido o timida, come affronteresti una situazione? Inizia a farti questa domanda già da subito. Cosa faresti quando devi affrontare i tuoi colleghi a lavoro? Che diresti al ragazzo che ti piace? Pensaci bene. E poi fallo. Anche qui ci vorrà gradualità, ma iniziare sarà fondamentale per cambiare veramente e capire come essere più sicuri di sé.

  • Abbi una risposta pronta

    Quali sono le situazioni in cui rispondi in modo timido? Preparati ad affrontarle. Se in queste situazioni saprai già cosa dire, vedrai che vincere la timidezza sarà gradualmente più facile.

  • Abituati al rifiuto

    Le persone non rifiutano te, rifiutano l’idea che hanno di te. Questo perché non sanno chi sei, ma pensano di saperlo. Per rifiutarti veramente dovrebbero conoscerti, capirti e comprendere perché fai quello che fai. Allo stesso tempo, quando ti apprezzano è perché corrispondi all’idea che si erano fatte di te. Quindi come vedi nel bene o nel male, tu c’entri veramente poco. Ma nonostante ciò è veramente importante per te imparare a ricevere un rifiuto, perché è il primo passo per voltare pagina ed andare avanti.

Quindi esponiti: ti farà paura, ma è l’unico modo per abituarti a non stare male per il giudizio degli altri e capire come vincere la tua timidezza.

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Fonti rinnovabili e non rinnovabili: definizione e caratteristiche

Quando si parla di energia, occorre subito distinguere fra le fonti rinnovabili e non rinnovabili.

Ma quali sono le reali differenze? In questo articolo preparato dallo Staff di Unicusano Benevento potrai informarti a riguardo e magari riuscirai a scoprire di più di quello che già sai sull’energia alternativa.

Quotidianamente utilizziamo moltissime delle risorse del nostro pianeta: minerali, legno, carbone, gas naturale, vento, acqua, sole, piante e animali per produrre energia. Ma non tutte saranno disponibili in eterno: alcune di queste sono rinnovabili ed altre no. Ecco spiegata la differenza più sostanziale tra le fonti rinnovabili e quelle non rinnovabili: le prime, possono essere rigenerate per il nostro uso mentre le seconde sono destinate ad esaurirsi.

Cos’è una fonte di energia

Una fonte di energia è una “sorgente” di energia utilizzabile per eseguire un lavoro e/o produrre calore.

Per gran parte della storia umana la principale fonte di energia è stata la combustione di legno, ma sono stati usati anche il vento (navigazione) e l’acqua (mulini).

Ovviamente, prima del XX secolo l’uso dell’energia – e quindi delle fonti di energia – era piuttosto ridotto, mentre oggi si richiede un apporto di energia sempre maggiore.

Basti pensare che negli anni tra il 1973 ed il 2004 il consumo di energia è praticamente raddoppiato.

In assenza di energia le società industriali moderne non potrebbero sopravvivere e c’è un forte collegamento tra il tenore di vita e la quantità di energia pro-capite: tanto più è alto il primo, tanto più è elevato il consumo della seconda.

La prima classificazione che deve essere fatta per le fonti di energia è tra le fonti di energia primarie, cioè quelle presenti in natura come il petrolio, il carbone, il gas naturale, la legna o le biomasse, i combustibili nucleari, l’energia idroelettrica, eolica, geotermica e solare e le fonti di energia secondarie, cioè quelle non presenti in natura quindi derivanti dalle fonti di energia primarie.

Ma le fonti si distinguono anche per esauribilità, e come abbiamo anticipato ne esistono due tipi: fonti esauribili o non rinnovabili e le fonti non esauribili o rinnovabili.

Le fonti di energia non rinnovabili

Le energie non rinnovabili, o più correttamente le fonti di energia non rinnovabili, sono fonti di energia che tendono ad esaurirsi nel tempo.

Finora, sono quelle più sfruttate dall’umanità anche perché in grado di produrre le maggiori quantità di energia con impianti tecnologicamente semplici e collaudati.

Purtroppo, l’utilizzo di tali fonti porta con sé problemi di inquinamento ambientale, come ad esempio la produzione di gas serra o scorie radioattive.

Sono fonti di energia non rinnovabile:

  • il carbone
  • il petrolio
  • i gas naturali
  • gli elementi usati per la produzione di energia nucleare, come l’uranio ed il plutonio.

Le fonti alternative

L’energia rinnovabile è quell’energia raccolta da fonti rinnovabili, o anche fonti alternative, che si rigenerano in tempi brevi se confrontati con i tempi caratteristici della storia umana e sono risorse naturali che possono risultare disponibili per l’utilizzo pressoché indefinitamente.

Il rapido dispiegamento di energie rinnovabili e l’efficienza energetica si traducono in una significativa sicurezza energetica, mitigazione dei cambiamenti climatici e benefici economici.

I vantaggi delle fonti alternative

Le energie rinnovabili sono forme di energia alternative alle tradizionali fonti fossili e molte di esse hanno la peculiarità di essere “energie pulite”, ovvero di non immettere nell’atmosfera sostanze inquinanti e/o climaltranti.

Per questo sono alla base della cosiddetta “politica verde”: esiste un forte sostegno alla promozione di fonti rinnovabili che ormai contribuisce a più del 20% dell’approvvigionamento energetico.

Islanda e Norvegia generano tutta la loro energia elettrica utilizzando già energia alternativa, e molti altri paesi hanno l’obiettivo di raggiungere il 100% di energia rinnovabile in futuro.

Inoltre, le energie rinnovabili permettono l’uso di metodi sostenibili per il loro sfruttamento: sono adatte anche alle aree rurali e remote dei paesi in via di sviluppo, dove l’energia è spesso fondamentale per lo sviluppo umano.

Le fonti rinnovabili di tipo energetico

Si considerano fonti rinnovabili

  • l’irraggiamento solare
  • il vento
  • le biomasse
  • le maree e le correnti marine
  • le precipitazioni

Le fonti rinnovabili classiche

Le fonti rinnovabili classiche sono state sfruttate per la produzione di energia elettrica fin dall’inizio dell’età industriale. Esse includono essenzialmente

  • l’energia idroelettrica – ricavata dalla forza delle acque;
  • l’energia geotermica – basata sullo sfruttamento del calore naturale della terra;
  • l’energia eolica – ovvero il prodotto della trasformazione dell’energia del vento.

Nuove fonti rinnovabili

Le nuove fonti rinnovabili sono:

  • l’energia solare – ricavata dai raggi del sole che arrivano sulla terra (in totale, è circa 10mila volte superiore all’energia usata dall’umanità nel suo complesso);
  • energia da biomasse – prodotta da materiali di scarto di origine organica di natura vegetale e animale;
  • energia marina – cioè quella racchiusa in varie forme nei mari e negli oceani.

Il caso dell’energia nucleare

Sebbene non possa essere considerata “fossile”, l’energia nucleare non è annoverabile neanche fra le rinnovabili perché basata sullo sfruttamento di riserve combustibili limitate di origine minerale. Allo stesso tempo però, la produzione di energia da fonti nucleari non produce direttamente anidride carbonica durante il processo di fissione e quindi è all’attivo un’argomentazione per avallare non tanto la rinnovabilità, quanto la sostenibilità di questo tipo di energia.

Le energie sostenibili

L’energia sostenibile, o energia verde, è quel tipo di energia legata allo sviluppo sostenibile. Quindi non è strettamente collegata ad una produzione sostenibile, ma anche all’utilizzo stesso dell’energia. Il riferimento più diretto ovviamente sono le energie rinnovabili, ma un altro punto cardine sono le modalità di produzione che prevedono un approccio su scale più piccole e maggiormente sostenibili dall’uomo e dall’ambiente.

Il rapporto REN21

REN21 sta per Renewable Energy Policy Network for the 21st Century è un network che pone le basi a livello internazionale sulle energie rinnovabili.

REN21 coinvolge governi, organizzazioni non governative, istituzioni accademiche e di ricerca, organizzazioni internazionali ed industrie e per imparare l’uno dall’altro e costruire l’avanzamento dell’energia rinnovabile.

L’obiettivo principale di questo network è facilitare lo scambio di conoscenze, politiche di sviluppo e buone pratiche per convertire rapidamente la produzione di energie a livello globale.

Lavorare nel campo delle fonti alternative

Ti piacerebbe capire come lavorare nel campo delle energie rinnovabili? Nel mondo ci sono circa 7,7 milioni di posti di lavoro associati alle industrie delle energie rinnovabili, con il solare fotovoltaico come il più grande datore di lavoro rinnovabile.

In questo articolo lo Staff di Unicusano Benevento ti spiega tutte le reali possibilità lavorative in questo campo e ti spiegherà in cosa consiste il master telematico per Energy Manager!

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Pedagogia speciale: che cos’è

La pedagogia speciale è una branca della pedagogia che si occupa delle persone che hanno bisogni speciali.

Molti giovani, soprattutto nel contesto educativo, sono in una condizione che richiede un aiuto in più e a volte può capitare che rimangano indietro o che vengano esclusi a causa delle loro differenze culturali e/o psicofisiche.

Ti piacerebbe poterli affiancare ed accompagnarli nella costruzione del loro progetto di vita?

Vuoi lavorare in un settore che richiede competenze sulla pedagogia speciale? Oppure già lo stai facendo, ma vuoi approfondire la materia?

Lo staff di Unicusano Benevento ti spiegherà cos’è la pedagogia speciale e come fare per specializzarsi!

Che cos’è la pedagogia

La pedagogia è la disciplina che studia i processi dell’educazione e della formazione umana.

Che significa pedagogia

Il termine pedagogia deriva dall’unione delle parole in greco antico παιδαγογια generare bambini, procreazione – παιδος – bambino – e αγω – guidare, condurre, accompagnare.

Già nell’antica Grecia, infatti, c’era una persona – ovviamente nelle classi più abbienti – che si occupava esclusivamente di accompagnare il bambino nel tragitto tra casa e la suola: era uno schiavo e veniva chiamato il pedagogo.

Successivamente alla conquista da parte di Roma della Grecia, venne chiamato paedagogus lo schiavo greco che non solo si occupava di accompagnare i bambini verso la scuola, ma insegnava loro anche la lingua greca.

Col tempo però la parola paedagogus prese il significato più completo di insegnante, senza tener conto dello stato status sociale della persona. Era colui che assisteva i giovani finché questi non indossavano la toga virile, cioè a 17 anni.

Durante il medioevo il pedagogo tornò ad essere uno schiavo, ed aveva il compito di insegnare a giovani principi e cortigiani semplicemente a leggere e scrivere.

Nei secoli a seguire con il termine pedagogo si è chiamato il precettore, l’istruttore, la persona a cui è affidata l’educazione di un giovane.

Un po’ di storia della pedagogia

La pedagogia si afferma nell’antica Grecia con i sofisti, iniziatori del pensiero pedagogico in occidente. Poi Socrate, Platone, Aristotele ed Epicuro sviluppano un pensiero sull’importanza dell’educazione del singolo come valore per la comunità.

Con il Cristianesimo, le basi dell’educazione cambiano. L’imitazione del Cristo diventa il caposaldo della formazione di una persona e solo con l’inizio dell’Umanesimo e del Rinascimento l’istruzione e la cultura tornano ad essere considerate forme di preparazione alla vita in comunità.

L’illuminismo legherà la formazione al giudizio, sostenendo che solo chi ha allenato la propria memoria con lo studio, avrà potenziato il proprio pensiero in maniera tale da poter giudicare.

Nei secoli a venire e con la concentrazione dei più grandi pensatori e filosofi sul Sé, la pedagogia inizierà a legarsi con la psicologia e si svilupperanno le teorie fondamentali che ancora oggi regolano il pensiero a riguardo.

Tutto ciò ha fatto sì che sia più comune parlare di pedagogista, cioè lo studioso di pedagogia, piuttosto che di pedagogo.

Cosa fa il pedagogista

Il pedagogista è la persona che si occupa di processi educativi e formativi insieme all’educatore professionale socio-pedagogico nei servizi e nei presidi socio-educativi e socio-assistenziali.

Oggi possiamo dire che l’educazione, secondo i modelli teorici elaborati dai pedagogisti si basa su:

il sapere – conoscenze teoriche;

il saper fare – conoscenze pratiche;

il saper essere

e il saper divenire – il modo in cui un individuo mette in campo tutte le sue risorse per essere in una continua proattiva trasformazione.

La pedagogia speciale

La pedagogia speciale nasce in Francia tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800 grazie a Jean Marc Gaspard Itard che in seguito al ritrovamento di un bambino nelle foreste, portò avanti con convinzione la sua educazione nonostante i deficit a livello cognitivo-linguistico, motorio e socio-affettivo del piccolo.

Così come la pedagogia generale risponde ai bisogni universali dell’educazione dell’umanità, la pedagogia speciale cerca di rispondere ai bisogni speciali, ovvero tutti quei bisogni che necessitano di un grado di attenzione particolare.

Cos’è un bisogno speciale

Nel 1977 l’Unesco ha definito il concetto di Bisogno Educativo Speciale

“Un Bisogno Educativo Speciale è una qualsiasi difficoltà evolutiva, in ambito educativo e apprenditivo, espressa in un funzionamento problematico anche per il soggetto, in termini di danno, ostacolo o stigma sociale, indipendentemente dall’eziologia e che necessita di educazione speciale.”

Quindi di fatto la pedagogia speciale è il “completamento” della pedagogia generale: la crescita delle persone nelle migliori condizioni ne è sempre il fondamento, però aggiunge la ricerca teorica e pratica delle risposte a necessità particolari.

La pedagogia speciale nelle scuole italiane

L’Italia vanta uno dei più onorevoli primati: aver fatto entrare per prima nelle scuole comuni alunni con problemi fisici e psichici anche gravi.

Già nell’articolo 34 della nostra costituzione è scritto:

La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Ma il percorso che ha portato all’abolizione delle scuole speciali e delle classi differenziali è iniziato con la legge 118 del 1971 che prevedeva l’inserimento nelle classi comuni di bambini con lievi disabilità, lasciando però a loro “l’arduo compito di adeguarsi alla didattica che trovavano”.

La legge 517 del 1977 è la prima legge italiana che regola in modo completo l’integrazione scolastica, e con questo traguardo s’inizia ad avvertire l’esigenza di formare dei docenti con competenze specifiche.

Le figure lavorative

Oltre al pedagogista di cui ti abbiamo già parlato, ci sono molte altre figure lavorative che possono richiedere una specializzazione nell’ambito della pedagogia speciale.

L’insegnante di sostegno è una di queste. È un docente specializzato nella didattica speciale per l’integrazione di alunni diversamente abili: a differenza di quanto si può credere, non è l’insegnante personale del ragazzo con handicap, ma un docente incaricato di favorire e realizzare il processo d’integrazione nella classe. Per questo è importante che sia soprattutto un mediatore pedagogico.

Il Master in Nuove Strategie Educative per una didattica inclusiva

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Partecipando al Master potrai diventare un professionista altamente specializzato in possesso delle competenze psico-pedagogiche atte a promuovere esperienze educative inclusive e favorire l’inserimento, in particolar modo, di tutti quegli studenti che sono a maggior rischio di esclusione per differenze culturali e/o psicofisiche.

Per accedere al Master basta avere un diploma di laurea, un diploma di laurea di primo livello o una laurea magistrale o specialistica conseguita secondo l’ordinamento antecedente e successivo al DM 509/99.

Il Master ha durata annuale e propone un percorso formativo articolato in:

    • lezioni in modalità e-learning
    • project work e studio/lavoro individuale
    • eventuali verifiche intermedie.

Quindi anche se già lavori, non avrai problemi a seguire le lezioni e portare avanti il tuo studio perché potrai tranquillamente organizzare il tuo tempo come meglio preferisci.

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